Per Ares

La notizia arriva, inaspettata, e mi fa girare la testa. Mi rimbomba nelle orecchie, mi strozza la gola. Resto senza fiato per qualche minuto, ma passa presto. Tutto perde significato, anche la notizia stessa, mi sento sollevato e distante, i sensi ovattati. Spero con tutte le mie forze che sia un errore, ci credo, quasi. Poi però vedo le bacheche degli amici, su facebook, che iniziano a popolarsi di frasi, foto o video dedicati a lui, e capisco che non c’è risveglio, stavolta, da questo sogno ‘misto-blu’.
Allora penso che forse dovrei scrivere qualcosa anche io; che vorrei, tanto, ma non so cosa… 

Cosa si fa quando muore un amico? Cosa si dice, cosa si scrive?
Non c’è un manuale di istruzioni, qualcosa che ti faccia sentire preparato. Non c’è.
Io avevo voglia di ascoltare il Mare, sedermi sulla spiaggia e piangere con Lui. Stare davanti a qualcosa di immenso, e sentirmi piccolo, sparire.
Speravo che il mondo si fermasse, me l’aspettavo, quasi, di trovare tutti in lacrime, uscendo da casa. Occhi rossi, visi segnati dal dolore. E invece.
Una bellissima giornata di sole, tanta gente a passeggio con i figli, o i cagnolini. Schiamazzi, risate, parole, gli anziani sulle panchine a scaldarsi.
Guardo il Mare, infinito, palpitante e la sua carezza incessante mi ipnotizza. Finisco, come al solito, a chiedermi se davvero ci sia un posto per me, da qualche parte. E, soprattutto, perché lui e non io?
Ritorna la voglia di piangere, cerco un posto più appartato, non mi va di farmi vedere così.
Mi ricordo il suo sorriso aperto, rassicurante. La sua voce calda. Il suo appassionarsi per cause perse, oggetti stravaganti e auto scassate. Il suo carisma e la capacità di coinvolgermi, sempre. Anche quando era lui stesso il primo a non crederci. Ricordo il suo talento, un enorme talento, un peso troppo grande da sopportare, forse, per un animo così delicato.
Era divertente, Ares, e aveva sempre una novità da farti vedere, o ascoltare. La prima volta che lo vidi aveva una chitarra in mano, attaccata a un amplificatore che dava la scossa. Infatti per suonarci stava in piedi su una tavola di legno, sul pavimento di camera sua.
Anche l’ultima volta che l’ho visto, vent’anni dopo, aveva una chitarra in mano. Non c’era quell’amplificatore ma lui dava la scossa lo stesso.
Ricordo la sua fragilità.
Il viaggio a Roma che facemmo nel 2004, lui aveva un montone usato di cui andava fierissimo, e faceva degli strani discorsi.
Sapeva suonare, Ares. E la chitarra, tra le sue mani, aveva un suono diverso.
Era stato un mito, per me, il primo “eroe” di un adolescente sfigato che passava tutto il giorno a suonare e ascoltare thrash metal chiuso in camera. Volevo essere come lui.
È stato il primo con cui abbia condiviso un palco, e i sogni di rockstar. Ricordo un sabato pomeriggio (1990?) passato a incollare i cartoni delle uova alle pareti della sala prove nella sede del Partito Comunista a Fiumicello. Cosa diventò, poi, quella stanza.
Le onde continuano a rincorrersi sul bagnasciuga, sembrano portarsi via tutto.
Penso che di Mare ce n’è tanto, ma non abbastanza.

4 Comments

  • **** STUPENDA … MAGNIFICA …. CON UN TOCCO LEGGERO, SEI RIUSCITO A FARCI SOGNARE AD OCCHI APERTI E AD ILLUSTRARCI PERFETTAMENTE TUTTA LA SITUAZIONE … A FARCI RIVIVERE con TE, LE TUE SENSAZIONI ASSIEME a L’ ” ARES ” CHE CONOSCEVAMO NOI, QUELLO GENUINO, QUELLO CON IL TALENTO PER LA MUSICA e CHE NON SI ARRENDEVA MAI A NENTE.E A NESSUNO. E POI IL MARE … L’ HAI DESCRITTO QUASI A SENTIRNE IL PROFUMO …. DAVVERO COMPLIMENTI !!!!! **** ( Frency – DOMENICA 28 OTTOBRE 2012

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