Non è una recensione

Copertina del libro No, non ho tempo di scrivere una recensione, però mi va di consigliare questo interessante saggio di Alessandro Baricco, scrittore che conoscevo (ed apprezzavo) solo come romanziere.
In effetti la scrittura è la sua, ti prende per mano e ti porta dove vuole, senza che tu possa nemmeno immaginare di fare resistenza. Di cosa parla? Di come i tempi siano cambiati, e stiano tuttora cambiando, e di come il processo non debba essere demonizzato a tutti i costi. Perché questi barbari, tutto sommato, i loro lati positivi ce li hanno, e perché non mirano a distruggere tutto quello che incontrano sul loro cammino: semplicemente abbandonano quello che non riescono a capire, e che non serve loro. Non so dire se abbia ragione o meno, ma di certo qualcosa si muove, tant’è vero che più di una volta, nella prosa di Baricco stesso, ho ravvisato i sintomi di un certo imbarbarimento.

Sogno

Beh… stanotte ho sognato, tra le altre cose, di essere in una gelateria, in una città  che avrebbe dovuto essere Trieste, ma non ci somigliava per niente.
Diversi personaggi si sono alternati davanti ai miei occhi, come accade solo nei sogni, senza particolari nessi o collegamenti: una mia ex-compagna del liceo, incinta per la seconda volta, un ragazzo con un cucciolo di cinghiale al guinzaglio (morbidissimo da accarezzare, un amore), un altro con una piccola volpe gialla e nera, giovani attori che giravano un film, e tutto ad un tratto il mio amico Dave che mi fa: «Toh palka, prendi qua!» e mi mette in mano una cosa. Io la sento bruciare sul palmo della mano, che avevo chiusa a pugno. Così la apro e vedo una cimice, verde verde, a pancia all’aria. E la sento spingere contro il mio palmo, forte, così forte che brucia.
Inorridito mi guardo attorno e alla mia destra si apre una porta blu. Dall’altra parte una grotta molto profonda, illuminata da piccole lampade elettriche. Scaglio la cimice con tutta la mia forza, la vedo oltrepassare la soglia, volare lontana ma non la perdo d’occhio, e prego che qualcuno chiuda la porta, in fretta.
Nessuno lo fa e la cimice torna indietro, a tutta velocità, per finire dritta nella mia mano. Ancora brucia, e ancora la lancio via più forte che posso.

I Déja e Fiorello.

Ieri, 20 marzo 2008, durante la trasmissione “VivaRadio2”, Fiorello, imitando Carlo Fava, ha fatto il nome di Serena Finatti. Che poi sarebbe la cantante, nonché la mente dietro ai Déja, il duo in cui io suono la chitarra. Ma forse lo sapevate già . In ogni caso ci siamo rimasti di sasso.
Così O_O
Che sia stato un caso? Cioè si è inventato un nome così, buttato là, e l’ha beccato? La cosa strana è che stava parlando proprio di artisti, musicisti di un certo livello, raffinati, colti. Ha detto un paio di nomi che credo fossero inventati di sana pianta, e in mezzo ci ha infilato Serena. Fa sorridere, ma se davvero avesse ascoltato la nostra musica?
Devo, dobbiamo andare a fondo in questa faccenda. Intanto oggi gli abbiamo scritto, ma chissà se mr. Fiorello legge tutte le mail che gli arrivano? Difficile. Come si può fare a fargli presente che ha preso in giro una persona vera, che fa musica, che si sbatte 365 giorni all’anno per provare a farsi conoscere, che studia, suona, canta, insegna?
Almeno passasse il nostro disco, ci facesse un po’ di pubblicità.
Eh? Fiorello, che ne dici? Ce lo devi 😉

Intanto voi ascoltatevi qualcosa su Last.fm. È tutto gratis 🙂

Chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

~ G. Pascoli

La storia dell’amore

La storia dell'amore Post atipico, ma voglio segnalare e consigliarvi caldamente questo splendido libro che ho appena finito di leggere, e già ricominciato tutto d’un fiato. Arrivato all’ultima pagina non ho potuto fare a meno di ritornare alla prima, per non abbandonare l’atmosfera e le sensazioni calde, amichevoli, della lettura. Nicole Krauss è la moglie di Jonathan Safran Foer (“Ogni cosa è illuminata”), ma non è solo per questo che mi sono avvicinato al suo secondo romanzo. Una serie di coincidenze mi hanno portato a desiderare di comprarlo, tenerlo in mano, leggerlo.
E mi è piaciuto. Tanto.
È pieno di piccole storie, di fantasia, di invenzioni come piace a me, è delicato e sognante, divertente, imprevedibile, profondo, originale. La trama e i rapporti tra i personaggi – all’inizio apparentemente molto distanti fra loro – sono piuttosto complicati, ma tutto converge, fluido e accompagnato sapientemente da una prosa elegante, efficace, intima, nella scena finale, struggente nella sua viva dolcezza e quasi assurdità.
Parla sì dell’amore, ma parla anche dell’amicizia, della storia, della memoria, della perdita e della difficoltà di comunicare i propri stati d’animo. Della forza e della volontà di lasciare un segno, un ricordo, di non svanire dimenticati. Parla del filo, a volte corto, a volte lunghissimo (magari da un capo all’altro dell’oceano), che ci lega alle persone veramente importantià nella nostra esistenza.

Nuove impronte…

Nuove mani quindi?
No, le dita sono sempre le stesse.
Spero 🙂
Benvenuti, o bentornati.

…ho copiato un paio delle ultime cose. non è bello far trovare agli ospiti la casa vuota…