1. Sale (2005-2006)

Piccole composizioni, scritte credo tra il 2005 ed il 2006.
Non ho le date precise di ognuna, e me ne rammarico.

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I – Vivo!

Il mattino è spiegato, in strada
e sotto il sole che non mi capisce
ho sul viso la piccola rugiada
di qualcosa che finisce.

La notte è un amore estenuante.
Ed è amore – ancora! – ritrovare
sulle dita, formicolante
la voglia di raccontare.

II – Al mio primo amore.

Mi ricordo dei tuoi capelli
selvaggi folti e neri
dei tuoi occhi grandi e fieri
incastonati da un artista
di quei tuoi occhi gioielli
e dei tuoi denti grandi.

Mi ricordo sempre della
voce tua acuta e forte
della tua andatura snella
e gaia su quelle tue veloci
gambe, tornite e dolci
e – dicevi tu – un po’ storte.

E conservo come fossero miei
alcuni dei tuoi baci rotondi
e dei tuoi sguardi profondi
e limpidi, le ultime tue lacrime
e il sudore sui tuoi seni.
No, non ti ho dimenticata:

mi travolge la cascata
dei tuoi riccioli pieni
mentre mi sovvieni, imperfetta
e bella, qui sul lavandino
dove mangio e, senza fretta
sputo i semi di un mandarino.

III – A Fabio.

I passeri appollaiati
sui cavi dell’alta tensione
sono spartiti che non so suonare

e il becco arancione del merlo
che cauto zampetta sui sassi
vuol forse indicarmi la via?

Come giocattoli abbandonati
da piccoli uomini viziati
ristanno i birilli e i segnali
in strada.

Perfino il mio cuore che batte
col passo di un vecchio che sporche
trascina le sue ciabatte
confondo.

Mi arrendo? No.
Io attendo soltanto il gesto
che sappia indicare il mio posto
in mezzo a tutto questo.

IV – Come la poiana.

Sola, la poiana
ritta in cima a un palo
la pianura scruta.
Stagliata contro il cielo
disegno nero e austero
sotto a lei il mistero
di una coscienza disumana,
ma la poiana
è attenta ad altro.

Dal suo inaccessibile trono
trascorse gioie e future
opache noie e paure
rimpianti, dolore
invidie e amore
osserva scorrere invano.
Osserva lo scorrere piano
e altera rifiuta.

D’un tratto si stacca
in un guizzo di viva potenza.
Muscolare eleganza. Poi plana
e distende le fiere ali
così la poiana
lascia a terra i nostri mali.
Le umane insensate rincorse
non vede, e forse
alla vita non chiede
che piccole, pavide prede.

Oh, se con tanta brutale eleganza
sapessi mostrare ai miei dolori
la stessa invetriata indifferenza!

V – Stamattina.

Stamattina l’amore era il mare.
Amore io non so nuotare,
ma non posso restare
sulla spiaggia a farmi bagnare
solo un poco i piedi.

VI – Se stai al gioco.

Gli uomini non volano, gli uccelli.
E anche quelli senz’aria fanno poco.
Se stai al gioco, un momento
puoi vedermi volare.
Mi basta il tuo respiro: è sempre aria.

Poi cadere, ridendo, sbucciarmi i ginocchi,
e parlarti con le lacrime agli occhi.

VII – Luna piena.

Dalla mia memoria mi guardi serena,
non sorridi ma hai quel viso, splendido,
di luna piena.

VIII – Una lacrima dolce.

Volevo donarti una lacrima dolce,
una piccola goccia di malinconia.
Troppo poco magari per chiamarla poesia,
ma una lacrima vera, la dolcezza più mia.

Ero già sicuro di poterla trovare:
preziosa e delicata, luminosa di te.
Ma forse son io che sbaglio a cercare
o forse è lei che proprio non c’è.

IX – Sabbia.

Nostra vita è un libro aperto.
Strane pagine ha di sabbia:
ciò che scrivi nel mio cuore
passa il vento a cancellare.
Passa amore, noia e rabbia:
vane impronte ha il mio deserto.

X – Mi sento…

Mi sento orgoglioso.
Per l’accanimento
con cui ho amato
il vento,
e il mio non saper amare
chi l’avrebbe meritato.

Mi sento a stento
a malapena, mi sento
una catena arrugginita
e stretta sul cuore.

XI – Non ha crepe.

Non ha più crepe, sul tuo viso
il ghiaccio.
Ammicca solo, un po’ slavato,
un sorriso di pagliaccio.

XII – Incudine

È il martello sprezzante
della cattiva abitudine
che si abbatte inclemente
sul ferro rovente
di un’umana inquietudine.

E nemmeno ha un’incudine.
Ma il mio cuore impaurito
ansimante appiattito
contro il muro umidiccio
della solitudine.

XIII – Sale.

Sdraiato sulla sabbia ad asciugare
la passione e la voluttà del mare

i ricordi sulla pelle come il sale
quando il sole l’ha seccato e fa un po’ male.

XIV – Come nascere.

Naufragare.
Liberi ieri
oggi prigionieri,
nel mare.

XV – Vorrei che la distanza

Vorrei che la distanza fosse più breve
tra il mio non volare ed il tuo essere uccello.

Cammino in silenzio e sei come la neve
che danza e si prende gioco del mio ombrello.

XVI – Qui sull’arenile

Qui sull’arenile dei trent’anni
– davanti a me si perde il mare –
raccolgo le conchiglie e intanto
aspetto di poter trovare
ancora della vita fra gli affanni
come sapevo far, l’incanto.

XVII – Mancava

Mancava il conforto dei miei bianchi
ricordi, battelli ormai scrostati,
alle calde ore di un maggio
in solitaria deriva.

Di sotto la vernice i legni stanchi
si affacciavano agli schiaffi salati,
sfiniti nel lento viaggio
dell’amore che finiva.

XVIII – Al buio.

Ti cerco, allungo la mano.
Mi sembra di sentire musica
nel buio antico, strano.

Ma non c’è radio, né televisione.
Arriva dal mio cuore
piano, la canzone.

XIX – Vorrei fosse nel Sole

Vorrei fosse nel Sole
che sorge curioso
il mio sguardo sul tuo viso.

Vorrei fosse nel giorno
che diventa notte
e da notte giorno ancora

L’attesa straziante
e fedele di un incontro:
le tue labbra sulle mie.

Vorrei fossero bugie
tutte le stelle
interrogate e fatte stanche

Vorrei fossero bianche
le mie mani
come la pelle della Luna.

Vorrei nella ricerca
di te solo e cieco
aver avuto più fortuna.

XX – Il tuo volo

Il tuo volo non è la fatica elegante
che ci si aspetta. Amiche avare
le correnti ti ingabbiano.
Nel tuo nome la sabbia
la notte e calmo un mare
ti lambisce i piedi soltanto.
Allunghi la mano, ma il Sole che vedi
– la luce buona –
è sempre troppo distante.

Malinconico risuona
nel giorno che finisce
il tuo canto.

XXI – Solo le tue mani.

Ho vagato in questa desolazione
incauto e come senza meta
fermandomi qua e là, giorno o notte
che fosse, non ho visto differenza.
Ho avuto forse un angolo d’ombra
contro la violenza rovente del Sole
e una fiamma
contro il gelo, cieco, della Notte.
Ho mangiato da solo
del pane fin troppo salato
e ho bevuto il vino dalle labbra di chi
non sa cosa sia la solitudine.
Mi sono seduto a riposare
ma ho camminato
ho camminato e so che la strada è ancora lunga.
Ho pianto per far crescere un fiore
quando sarebbe bastato un sorriso
a confondermi di colore.
Non ho mai chiesto nulla
ho accolto con gioia ogni dono
e mi sono addormentato
sempre distante dall’oasi del perdono.
Ma ora ho una meta, un istinto
una ragione. Sono ancora confuso
e non so pensare al domani,
ma in questa Notte lo so
accecato da astri lontani
sarà più forte di me:
saprò cercare solo le tue mani.

XXII – Lacrima

Il mio amore trasparente
immenso e impalpabile
un segreto da niente
naufrago in mezzo alla gente.

XXIII – Dove

Dove i tuoi occhi non vogliono guardare
ma la tua voce ha saputo arrivare.
Dove tieni nascosti i pensieri
più belli, vicino
ai miei baci sinceri.
Dove muore il mattino
sulle punte dei tuoi capelli
nasce la mia tristezza.

XXIV –

La tua bellezza non mi sfugge mai.
Sei come la libellula che azzurra
mi volteggia accanto, elegante
intoccabile.

Sulle tue labbra, dove sono incastonati
i miei desideri più puri;
sul tuo petto, dove suonano le mie mani
gli accordi più difficili;
tra i tuoi capelli, dove un dio beffardo
ha spezzettato e nascosto le parole che non riesco a dirti;
sul tuo profilo, di neve mai calpestata
vorrei trovare pace.

Ti muovi, sorgi e tramonti
attraversi il mio cielo
e il mio bisogno di te non conosce ombra.

Mi affaccio poi sulla tua notte, curioso
assetato
sfrontato mi prendo tutto il tempo
per ingannarmi da solo, dimenticarti
fingere che tu non esista
e stupirmi ancora di trovarti
in una nuova alba.

XXV –

A tratti occhieggia il futuro
dalle crepe sul grigio viluppo
che è il cielo stamani,
straziato dal nostro stare lontani.

Mi abbaglia.

XXVI –

Siamo come bambini
passeggeri silenziosi
con la faccia schiacciata contro il finestrino
a guardare fuori
ci riempiamo gli occhi di velocità
e di cielo
aspettando che la vita ci colpisca
di nuovo.

XXVII – Sirena

Ieri mattina, guardando i tuoi occhi
ho pensato alle onde maestose
al fortunale da cui emergesti
creatura marina, rigata di sale.

Mentre il sole ti giocava fra i riccioli
e sulla pelle, palpitante di luce,
correvano impazziti i nostri minuti,
ho intravisto il temuto istante

in cui ti scuoterai dal torpore
e con un guizzo ricorderai
di appartenere all’oceano.

Che ne pensi? :)