Impronte. Digitali.
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Ancora cerco

November 26th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (0 Comments)

Ancora cerco lontano il faro
della tua bella faccia bruna
mio unico approdo di fortuna
in questo strano oceano amaro.

La telefonata

November 13th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (1 Comments)

«No, non c’è un modo intelligente per uscirne, Marco. Lo so e basta.»
Ed è così: lo sa. Punto e basta.
Da quando ha attraversato la strada, schivando per un pelo quell’auto. Già. Per un pelo.
O così almeno aveva creduto, sulle prime. Salvo poi rendersi conto che non ci era riuscita. L’auto l’aveva presa in pieno, scaraventadola contro il marciapiede, dove aveva battuto la testa. Ora, con gli occhi sbarrati, distesa sulla schiena, un rivoletto di sangue che scivola lentamente dalla bocca socchiusa, il braccio destro disteso e la mano che stringe ancora il cellulare, Alice è morta. Non ha senso usare giri di parole o metafore.
Ma dal telefono esce la voce di Marco.
«Vedrai che un modo lo troviamo, che c…»
«Marco! Finiscila. Dobbiamo litigare anche l’ultima volta?», dannatamente pragmatica – si dice.
«Ma come fac… Alice! Ti rendi conto di cosa vai farneticando?»
Non è facile credere alla tua ragazza, quando ti sta dicendo che è appena morta, investita da un’auto, e resterà con te ancora solo per il tempo di questa telefonata. Anche se l’ultimo mese non è stato proprio idilliaco, anche se ultimamente litigate per ogni sciocchezza, anche se.
«Beh, che tu ci creda no, Marco, è così.»
E non c’è più rabbia nella sua voce. Non c’è disperazione, non c’è nervosismo. Solo una grande rassegnazione.
«Sono davvero senza parole», ribatte il ragazzo. «Alice, io…»
«Non è colpa tua, amore mio», sì perché lo ama ancora. E lui la ama, ora lo sa. Se solo mettesse da parte l’orgoglio e glielo dicesse.
«Ma…» – tristezza, sconforto. Sembra sull’orlo di un pianto.
«Questa è l’ultima occasione per parlarci, e non voglio portare di là rabbia o risentimento.»
«Di là! Se ti sentissi…»
«Sì, lo so. Assurdo. E non chiedermi se ci sia un tunnel, o se io veda un qualche tipo di luce che mi attira. Niente di tutto questo. Sto passeggiando lungo la strada, come se l’auto non mi avesse sfiorata. Ci sono i lampioni, le vetrine, i saldi natalizi e tutto il resto. Sto passeggiando. E ti amo! Non ti ho mai amato tanto, Marco. Ho… ho paura.» Ora è lei a esitare.
«No, Alice, io non posso cr…»
«Non ricominciare, ho poca batteria.»
«Come al solito. Senti torniamo indietro, ok? Mi stavi parlando della festa di stasera, del regalo per Stefano. Eravamo indecisi tra un cd e un libro se non sbaglio. Poi quel cretino ti ha tagliato la strada. Ho sentito la frenata!»
«Ecco, quella frenata…» – Come fare a spiegare l’improvvisa consapevolezza? Il vuoto, dentro. La percezione chiara ed esatta del taglio. Della fine. Come? – «…forse non è servita a niente. L’auto mi ha centrata. Sono…»
«Ubriaca! Ecco cosa sei! E mi stai facendo perdere tempo.»
«Vaffanculo Marco, lo vuoi capire o no che questa è l’ultima volta che…»
«Basta Alice!» – pausa – «Ho un avviso di chiamata.»
«Ti prego Marco, ancora due minuti. Ti sto chiedendo di fidarti di me, ancora per due minuti soltanto. Poi vada come vada, trarrai le tue conclusioni da solo.»
«Ok, ti ascolto.»
«Bene», Alice è un po’ sollevata. «Devo dirti una cosa, ed è importante.»
Ma qui si ferma. Ha un’esitazione. Quello che sembrava chiaro e limpido nella sua testa fino a pochi istanti prima, improvvisamente manca di consistenza, si sfalda e sfugge. Si sbriciola, evapora.
«Dimmi», incalza Marco.
Niente. Vuoto. Allora è questo la morte? Solo vuoto? Nulla?
«Marco ho paura.»
«Tutto qui? Cosa c’è di nuovo?» – seccato – sta lavorando, lui.
«Amore ti prego! Inizio ad avere freddo, anche. Ma perché spengono i lampioni? Cosa succede? Troppo veloce, troppo veloce, non ce la faccio! Fermatevi, basta! Basta!» – panico – sta gridando.
«Alice stai urlando. Chi c’è? Cosa ti fanno? Cos’è troppo veloce? Non farmi preoccupare più di quanto non lo sia già, per favore.»
«Marco, dimmi che mi ami, ti prego, non farmi andare così…» – un filo di voce – fredda rassegnazione.
«Ma andare dove? Io… Alice la vuoi smettere?»
«…la batt – BIIP»
«Alice! Ali…»
Nessuna risposta. Silenzio.
E il buio che ora, lentamente, si sta già facendo strada nel suo cuore. Quel buio che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni, e che non riuscirà mai ad accettare fino in fondo.
Sul corpo di Alice, riverso sul marciapiede, si sta affannando il medico dell’ambulanza, ma non c’è nulla da fare. La vita si è spenta, come il display del cellulare che tiene ancora stretto nella mano destra.
La batteria è finita.

Fratello

November 10th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (0 Comments)

Fratello
amo i tuoi silenzi
il tuo profilo nobile
la tua curiosità per la vita:
verde profondità
che ti riempie gli occhi.
La tua mano
se mi tocchi
e i tuoi baffi
se di notte mi sfiorano
la guancia, delicatamente
fanno meno pesante
la distanza che ci divide.
Tra i due
chi ha il dono della parola
di certo sei tu
chi sorride
e ha rispetto
chi ha il passo leggero
anche nel buio più nero.
Dove vivi è quasi un tempio
la tua ombra che guizza
è un segno
i tuoi rituali per me un disegno
incomprensibile.
Spero solo di esser degno
della tua amicizia
del nostro tacito patto:
cercherò d’essere meno uomo
se resterai sempre un gatto.

Potesse questa terra

November 8th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (0 Comments)

Potesse questa terra
sfinita
dove ti hanno sepolto
avido grembo
da cui proveremo a rinascere
riempirmi le orecchie
soffocare
il silenzio straziante
dei fiori bianchi
che piangono la tua morte
o seccarmi il cuore
così che non mi ferisca
la muta indifferenza
degli alti cipressi
troppe volte calpestati
per accorgersi
che noi stiamo passando.

Per Ares

October 22nd, 2012 | Posted by palka in Ditate - (4 Comments)

La notizia arriva, inaspettata, e mi fa girare la testa. Mi rimbomba nelle orecchie, mi strozza la gola. Resto senza fiato per qualche minuto, ma passa presto. Tutto perde significato, anche la notizia stessa, mi sento sollevato e distante, i sensi ovattati. Spero con tutte le mie forze che sia un errore, ci credo, quasi. Poi però vedo le bacheche degli amici, su facebook, che iniziano a popolarsi di frasi, foto o video dedicati a lui, e capisco che non c’è risveglio, stavolta, da questo sogno ‘misto-blu’.
Allora penso che forse dovrei scrivere qualcosa anche io, che vorrei, tanto, ma non so cosa… 

Cosa si fa quando muore un amico? Cosa si dice, cosa si scrive?
Non c’è un manuale di istruzioni, qualcosa che ti faccia sentire preparato. Non c’è.
Io avevo voglia di ascoltare il Mare, sedermi sulla spiaggia e piangere con Lui. Stare davanti a qualcosa di immenso, e sentirmi piccolo, sparire.
Speravo che il mondo si fermasse, me l’aspettavo, quasi, di trovare tutti in lacrime, uscendo da casa. Occhi rossi, visi segnati dal dolore. E invece.
Una bellissima giornata di sole, tanta gente a passeggio con i figli, o i cagnolini. Schiamazzi, risate, parole, gli anziani sulle panchine a scaldarsi.
Guardo il Mare, infinito, palpitante e la sua carezza incessante mi ipnotizza. Finisco, come al solito, a chiedermi se davvero ci sia un posto per me, da qualche parte. E, soprattutto, perché lui e non io?
Ritorna la voglia di piangere, cerco un posto più appartato, non mi va di farmi vedere così.
Mi ricordo il suo sorriso aperto, rassicurante. La sua voce calda. Il suo appassionarsi per cause perse, oggetti stravaganti e auto scassate. Il suo carisma e la capacità di coinvolgermi, sempre. Anche quando era lui stesso il primo a non crederci. Ricordo il suo talento, un enorme talento, un peso troppo grande da sopportare, forse, per un animo così delicato.
Era divertente, Ares, e aveva sempre una novità da farti vedere, o ascoltare. La prima volta che lo vidi aveva una chitarra in mano, attaccata a un amplificatore che dava la scossa. Infatti per suonarci stava in piedi su una tavola di legno, sul pavimento di camera sua.
Anche l’ultima volta che l’ho visto, vent’anni dopo, aveva una chitarra in mano. Non c’era quell’amplificatore ma lui dava la scossa lo stesso.
Ricordo la sua fragilità.
Il viaggio a Roma che facemmo nel 2004, lui aveva un montone usato di cui andava fierissimo, e faceva degli strani discorsi.
Sapeva suonare, Ares. E la chitarra, tra le sue mani, aveva un suono diverso.
Era stato un mito, per me, il primo “eroe” di un adolescente sfigato che passava tutto il giorno a suonare e ascoltare thrash metal chiuso in camera. Volevo essere come lui.
È stato il primo con cui abbia condiviso un palco, e i sogni di rockstar. Ricordo un sabato pomeriggio (1990?) passato a incollare i cartoni delle uova alle pareti della sala prove nella sede del Partito Comunista a Fiumicello. Cosa diventò, poi, quella stanza.
Le onde continuano a rincorrersi sul bagnasciuga, sembrano portarsi via tutto.
Penso che di Mare ce n’è tanto, ma non abbastanza.

Ricordo #2

September 22nd, 2012 | Posted by palka in Ditate - (0 Comments)

Col vento che soffiava forte
sulla nostra vela bianca
E il mare tutto aperto
davanti a noi
A volte mi chiedo dove
saremmo potuti arrivare

La bambina che non voleva guardare la Luna

September 18th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (2 Comments)

Una favola, da leggere con questa in sottofondo.

Di notte, quando tutti dormono, anche il Sole va a riposarsi, dietro le montagne, e nel cielo compare sua sorella minore, la Luna. La sua luce è molto meno forte, anzi a volte sembra quasi che non ci sia proprio, tanto è debole, ma, anche se non riusciamo a vederla, la Luna veglia su di noi, con il suo sguardo benevolo ci accompagna verso ogni nuovo giorno. Grandi e piccini, da sempre alzano gli occhi al cielo notturno, per cercare conforto e sussurrare speranze alla dolce rotondità del suo volto.
Questa è la storia di Lucilla, una bambina molto carina che aveva un bel visetto rotondo, due occhi azzurri grandi grandi e uno sbuffo di capelli neri neri sulla testa, che non ne voleva sapere di stare a posto. Curiosa e vivace, era sempre allegra e le piaceva tanto giocare e stare con la sua famiglia e i suoi amichetti. Però c’era una cosa che nessuno sapeva, un segreto: Lucilla non voleva guardare la Luna. Soprattutto quando era piena, e da sola rischiarava il paesaggio, perché temeva che la luce fosse troppo forte e potesse bruciarle gli occhi, come quella del Sole. Ma anche quando era soltanto uno spicchio appeso alla notte, aveva paura di quelle punte che le sembravano così aguzze e affilate. Allora nascondeva la testa sotto il cuscino, o si rannicchiava tutta sotto le coperte, con gli occhi ben chiusi, e sperava che arrivasse presto il mattino.
La Luna, da parte sua, non riusciva proprio a capire questo comportamento, e, se all’inizio pensava che fosse solo un capriccio, che sarebbe passato subito, una sera, quando si rese conto che non vedeva Lucilla da quasi un mese, iniziò a preoccuparsi e divenne molto triste. Per giorni rimase così, tanto che le stelle, quelle più vicine, si riunirono e decisero di aiutarla. La più intraprendente, una stellina di nome Ottavia, una notte che Lucilla era tutta rintanata sotto le coperte, entrò nella sua cameretta piano piano, e si infilò nel letto. Subito la bambina si accorse di una presenza nuova e aprì gli occhi.
«E tu chi sei?», chiese. Un puntino luminoso emanava un debole bagliore vicino al suo viso.
«Io mi chiamo Ottavia e sono una stella.»
«Una stella? Ma cosa ci fai nel mio letto?»
«Sono venuta a chiederti come mai non vuoi guardare la Luna. Lei è triste, ne soffre molto, e tutte noi siamo preoccupate.»
Lucilla non sapeva che dire, le veniva da piangere, non voleva far stare male nessuno, questo era certo!
«Io ho solo paura», disse, con un filo di voce.
«Ma non c’è niente di cui aver paura», la rassicurò Ottavia, «la Luna è lassù anche per te, per ascoltare i tuoi sogni, le tue speranze, e regalarti la sua luce buona. Lei può avverare i tuoi desideri, lo sai?»
«I miei desideri?», sgranò gli occhi.
«Non ci credi, eh? Vieni con me, proviamo!»
E così Ottavia prese per mano Lucilla, e la portò in giardino. Nel cielo splendeva una grande Luna piena. La bambina non credeva ai suoi occhi: per la prima volta la stava guardando, ed era incantevole! Aveva un viso dolce, come quello di una mamma, e irradiava pace e serenità.
«Ora guarda bene», disse Ottavia. «Guarda bene il sorriso della Luna…»
Lucilla si sentiva felice, e piena di emozioni. Ad un certo punto, sulla superficie della Luna, cominciò a scorgere delle figure. La prima che vide fu una gatta, una splendida gatta bianca e nera. Poi vide un orsacchiotto di pezza, proprio quello che aveva chiesto ai suoi genitori il giorno prima. Continuò a guardare e vide molti altri giochi, e dolciumi e divertimenti, poi le venne sonno, così ringraziò Ottavia e la Luna, e tornò a dormire.
Al suo risveglio però rimase delusa. Niente di quello che aveva visto si era avverato.
«Ma che imbroglio!», pensò. «Eppure Ottavia mi aveva detto che…»
Così, appena scese la sera, corse fuori in giardino, perché aveva un conto in sospeso con una certa stella! Tuttavia non riuscì a rimanere arrabbiata per molto tempo, perché il viso buono della Luna e la sua luce leggera le fecero dimenticare le delusioni. Senza sforzo apparente, si sentì sollevata, e le prese una rinnovata voglia di sognare, e viaggiare con la fantasia. Di nuovo, sulla bianca madre in mezzo al cielo, vide un sacco di immagini colorate e vivaci, che la facevano stare bene, e iniziò a capire.
Da quella notte Lucilla non ebbe più paura di guardare la Luna, ma soprattutto non ebbe più paura di sognare. Che fosse triste o allegra, se aveva tempo faceva una capatina in giardino e immaginava il futuro come le piaceva di più, come lo vedeva sul volto della sua nuova amica, ma soprattutto come lo sentiva crescere nel suo cuore. Aveva capito che i sogni sono la vera misura della realtà. Più sono forti, arditi e spericolati, più in alto possiamo arrivare. E pazienza se alcuni non si avvereranno, la Luna sarà sempre lì, con il suo sorriso dolce e il suo sguardo silenzioso, a darci conforto.
Qualche tempo dopo, una sera in cui si sentiva un po’ malinconica, Lucilla uscì a fare una passeggiata e incontrò una bellissima gatta bianca e nera. Divennero subito amiche, perciò la volle chiamare Ottavia e, per quanto ne so, sono proprio inseparabili.

Ricordo #1

September 5th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (0 Comments)

La curva delle tue spalle nude
modellate nel legno tenero,
il tuo sguardo che non si appaga
nell’aria fine dell’estate che muore
e il nostro amore che si schiude
su uno sfondo di giallo granturco.

Rari incontri

September 4th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (0 Comments)

Cammini verso di me
ineluttabile come il domani
…………………………
poi ti allontani
com’è da sempre.

Ogni cosa intorno su se stessa
si ripiega
mentre il cuore smarrito non si spiega
il vuoto tra noi.

Cielo notturno

August 26th, 2012 | Posted by palka in Ditate - (0 Comments)

Da sopra la tela annerita e lisa
smangiata dai secoli, intrisa
ogni notte di nuova pece
pure filtra una luce
di aliene stanze
- di altre ansie
conforto a noi ignari.

Al tedio malato di dèi avari
sussurriamo segreti, e speranze.
Regaliamo i pianti sinceri
e gli amori più veri
a chi ride dei nostri desideri.