La telefonata

«No, non c’è un modo intelligente per uscirne, Marco. Lo so e basta.»
Ed è così: lo sa. Punto e basta.
Da quando ha attraversato la strada, schivando per un pelo quell’auto. Già. Per un pelo.
O così almeno aveva creduto, sulle prime. Salvo poi rendersi conto che non ci era riuscita. L’auto l’aveva presa in pieno, scaraventandola contro il marciapiede, dove aveva battuto la testa. Ora, con gli occhi sbarrati, distesa sulla schiena, un rivoletto di sangue che scivola lentamente dalla bocca socchiusa, il braccio destro disteso e la mano che stringe ancora il cellulare, Alice è morta. Non ha senso usare giri di parole o metafore.
Ma dal telefono esce la voce di Marco. Leggi tutto “La telefonata”

Potesse questa terra

Potesse questa terra
sfinita
dove ti hanno sepolto
avido grembo
da cui proveremo a rinascere
riempirmi le orecchie
soffocare
il silenzio straziante
dei fiori bianchi
che piangono la tua morte
o seccarmi il cuore
così che non mi ferisca
la muta indifferenza
degli alti cipressi
troppe volte calpestati
per accorgersi
che noi stiamo passando.

Per Ares

La notizia arriva, inaspettata, e mi fa girare la testa. Mi rimbomba nelle orecchie, mi strozza la gola. Resto senza fiato per qualche minuto, ma passa presto. Tutto perde significato, anche la notizia stessa, mi sento sollevato e distante, i sensi ovattati. Spero con tutte le mie forze che sia un errore, ci credo, quasi. Poi però vedo le bacheche degli amici, su facebook, che iniziano a popolarsi di frasi, foto o video dedicati a lui, e capisco che non c’è risveglio, stavolta, da questo sogno ‘misto-blu’.
Allora penso che forse dovrei scrivere qualcosa anche io; che vorrei, tanto, ma non so cosa… 

Cosa si fa quando muore un amico? Cosa si dice, cosa si scrive?
Non c’è un manuale di istruzioni, qualcosa che ti faccia sentire preparato. Non c’è.
Io avevo voglia di ascoltare il Mare, sedermi sulla spiaggia e piangere con Lui. Stare davanti a qualcosa di immenso, e sentirmi piccolo, sparire. Leggi tutto “Per Ares”

Ricordo #2

Col vento che soffiava forte
sulla nostra vela bianca
E il mare tutto aperto
davanti a noi
A volte mi chiedo dove
saremmo potuti arrivare

La bambina che non voleva guardare la Luna

Una favola, da leggere con questa in sottofondo.

Di notte, quando tutti dormono, anche il Sole va a riposarsi, dietro le montagne, e nel cielo compare sua sorella minore, la Luna. La sua luce è molto meno forte, anzi a volte sembra quasi che non ci sia proprio, tanto è debole, ma, anche se non riusciamo a vederla, la Luna veglia su di noi, con il suo sguardo benevolo ci accompagna verso ogni nuovo giorno. Grandi e piccini, da sempre alzano gli occhi al cielo notturno, per cercare conforto e sussurrare speranze alla dolce rotondità del suo volto.
Questa è la storia di Lucilla, una bambina molto carina che aveva un bel visetto rotondo, due occhi azzurri grandi grandi e uno sbuffo di capelli neri neri sulla testa, che non ne voleva sapere di stare a posto. Curiosa e vivace, era sempre allegra e le piaceva tanto giocare e stare con la sua famiglia e i suoi amichetti. Però c’era una cosa che nessuno sapeva, un segreto: Lucilla non voleva guardare la Luna. Soprattutto quando era piena, e da sola rischiarava il paesaggio, perché temeva che la luce fosse troppo forte e potesse bruciarle gli occhi, come quella del Sole. Ma anche quando era soltanto uno spicchio appeso alla notte, aveva paura di quelle punte che le sembravano così aguzze e affilate. Allora nascondeva la testa sotto il cuscino, o si rannicchiava tutta sotto le coperte, con gli occhi ben chiusi, e sperava che arrivasse presto il mattino.
La Luna, da parte sua, non riusciva proprio a capire questo comportamento, e, se all’inizio pensava che fosse solo un capriccio, che sarebbe passato subito, una sera, quando si rese conto che non vedeva Lucilla da quasi un mese, iniziò a preoccuparsi e divenne molto triste. Per giorni rimase così, tanto che le stelle, quelle più vicine, si riunirono e decisero di aiutarla. La più intraprendente, una stellina di nome Ottavia, una notte che Lucilla era tutta rintanata sotto le coperte, entrò nella sua cameretta piano piano, e si infilò nel letto. Subito la bambina si accorse di una presenza nuova e aprì gli occhi.
«E tu chi sei?», chiese. Un puntino luminoso emanava un debole bagliore vicino al suo viso.
«Io mi chiamo Ottavia e sono una stella.»
«Una stella? Ma cosa ci fai nel mio letto?»
«Sono venuta a chiederti come mai non vuoi guardare la Luna. Lei è triste, ne soffre molto, e tutte noi siamo preoccupate.»
Lucilla non sapeva che dire, le veniva da piangere, non voleva far stare male nessuno, questo era certo!
«Io ho solo paura», disse, con un filo di voce.
«Ma non c’è niente di cui aver paura», la rassicurò Ottavia, «la Luna è lassù anche per te, per ascoltare i tuoi sogni, le tue speranze, e regalarti la sua luce buona. Lei può avverare i tuoi desideri, lo sai?»
«I miei desideri?», sgranò gli occhi.
«Non ci credi, eh? Vieni con me, proviamo!»
E così Ottavia prese per mano Lucilla, e la portò in giardino. Nel cielo splendeva una grande Luna piena. La bambina non credeva ai suoi occhi: per la prima volta la stava guardando, ed era incantevole! Aveva un viso dolce, come quello di una mamma, e irradiava pace e serenità.
«Ora guarda bene», disse Ottavia. «Guarda bene il sorriso della Luna…»
Lucilla si sentiva felice, e piena di emozioni. Ad un certo punto, sulla superficie della Luna, cominciò a scorgere delle figure. La prima che vide fu una gatta, una splendida gatta bianca e nera. Poi vide un orsacchiotto di pezza, proprio quello che aveva chiesto ai suoi genitori il giorno prima. Continuò a guardare e vide molti altri giochi, e dolciumi e divertimenti, poi le venne sonno, così ringraziò Ottavia e la Luna, e tornò a dormire.
Al suo risveglio però rimase delusa. Niente di quello che aveva visto si era avverato.
«Ma che imbroglio!», pensò. «Eppure Ottavia mi aveva detto che…»
Così, appena scese la sera, corse fuori in giardino, perché aveva un conto in sospeso con una certa stella! Tuttavia non riuscì a rimanere arrabbiata per molto tempo, perché il viso buono della Luna e la sua luce leggera le fecero dimenticare le delusioni. Senza sforzo apparente, si sentì sollevata, e le prese una rinnovata voglia di sognare, e viaggiare con la fantasia. Di nuovo, sulla bianca madre in mezzo al cielo, vide un sacco di immagini colorate e vivaci, che la facevano stare bene, e iniziò a capire.
Da quella notte Lucilla non ebbe più paura di guardare la Luna, ma soprattutto non ebbe più paura di sognare. Che fosse triste o allegra, se aveva tempo faceva una capatina in giardino e immaginava il futuro come le piaceva di più, come lo vedeva sul volto della sua nuova amica, ma soprattutto come lo sentiva crescere nel suo cuore. Aveva capito che i sogni sono la vera misura della realtà. Più sono forti, arditi e spericolati, più in alto possiamo arrivare. E pazienza se alcuni non si avvereranno, la Luna sarà sempre lì, con il suo sorriso dolce e il suo sguardo silenzioso, a darci conforto.
Qualche tempo dopo, una sera in cui si sentiva un po’ malinconica, Lucilla uscì a fare una passeggiata e incontrò una bellissima gatta bianca e nera. Divennero subito amiche, perciò la volle chiamare Ottavia e, per quanto ne so, sono proprio inseparabili.

Ricordo #1

La curva delle tue spalle nude
modellate nel legno tenero,
il tuo sguardo che non si appaga
nell’aria fine dell’estate che muore
e il nostro amore che si schiude
su uno sfondo di giallo granturco.

Rari incontri

Cammini verso di me
ineluttabile come il domani
…………………………
poi ti allontani
com’è da sempre.

Ogni cosa intorno su se stessa
si ripiega
mentre il cuore smarrito non si spiega
il vuoto tra noi.

Cielo notturno

Da sopra la tela annerita e lisa
smangiata dai secoli, intrisa
ogni notte di nuova pece
pure filtra una luce
di aliene stanze
– di altre ansie
conforto a noi ignari.

Al tedio malato di dèi avari
sussurriamo segreti, e speranze.
Regaliamo i pianti sinceri
e gli amori più veri
a chi ride dei nostri desideri.

Rovinj

appunti di viaggio – 19 agosto 2012

La città, pur con il suo porto, non è abbastanza grande per contenere il mio desiderio di te.
Ti cerco continuamente, dappertutto, in ogni conchiglia, su ogni scoglio, dentro ogni onda. In alto in un cielo senza nuvole. Tra la gente nei negozi, sulle panchine o nei bar, nello sguardo fisso del gatto nero tra i cespugli.
Tutte le albe del mondo non sono abbastanza luminose da offuscare la tua immagine.
Come il riflesso delle luci sul mare notturno, la mia anima è scossa da ogni alito di vento, dal minimo colpo di pinna o battito d’ali.
La fiera desolazione del paesaggio, aspro e ruvido, non mi sazia. Tu sei l’acqua che manca, qui.
I piedi sono ricoperti di polvere, ogni mio passo è nella ricerca di te, di un segno rivelatore. Il sole, implacabile, tormenta la mia ombra.
Sento la polvere tra i capelli, negli occhi. Il mio respiro agita granelli impalpabili. Il mio cuore pompa questa polvere, con fatica.

Mi siedo a un caffè, mentre il sole accarezza l’orizzonte. Il mio sguardo si perde nel movimento incessante della piazza, del molo, delle gambe abbronzate, dei bambini che corrono. Linee si intersecano, voci si sovrappongono, risate e colpi di tosse, la scena perde nitidezza e tutto diventa distante, uniforme.
Poi, dal confuso fluire, emerge una figura, finalmente viva, definita, dipinta con i tratti energici della rivelazione. L’uomo ha una t-shirt bianca e un viso scuro, scavato profondamente; capelli neri e cammina nella mia direzione.
Sulla spalla sinistra un pappagallo. Rosso; sulle ali pennellate di azzurro, verde e giallo. Meravigliosamente fuori posto, l’animale è il segno che aspettavo. In esso è tutta la tua sfrontatezza, la bellezza che toglie il fiato, il colore e la vita che sprigioni, il desiderio che non si placa mai, l’esplosione dell’estate. La capacità di sollevare il velo dell’indifferenza, risvegliare forze sopite, sradicare certezze.
Elegante, sembra l’unica cosa in movimento nel fermo-immagine generale, l’unica scelta in mezzo a un turbine di eventi casuali.
La visione dura il tempo di un sospiro, ma tutto è silenzio, pace, finché viene riassorbita dal rumoroso nulla intorno.
Pochi attimi, e ora so che il mio passo sarà più leggero. So che la ricerca non è vana.

Appoggiata a me, sonnecchi…

Appoggiata a me, sonnecchi.
Di là dai tuoi occhi mondi
s’inseguono e melodie
t’incantano – angeli duettano
con te – armonie
che non posso intravedere.

Io che di te vorrei possedere
anche il dolore.
Ti muovi appena, sorridi
forse. Albeggia.

Estate

Anche stanotte la Luna è una scusa
per sentirmi tutt’uno col vento
che ti bacia impudico
i capelli e li annoda
alle mie dita.
E mentre mi appari vestita
di sola Luce e desiderio
riconosco del viaggio
le tracce che hai lasciato
a guidarmi.

Con mano tremante
ho raccolto semplici sassi
dal greto del fiume.
Ho pianto di gioia all’ombra
di un giovane faggio
e ho cercato riparo
dalla meravigliosa bufera
assieme a una gatta nera.
Il cuore in gola
e il respiro spezzato
ogni petalo ho amato
della più piccola margherita,
ho avuto paura
del suo bianco palpito di vita.

Ma non abbasserò lo sguardo
davanti al tuo corpo nudo,
mia dolcissima Estate
la mia mano non esiterà
sui frutti che mi offri maturi.
Perché tua è la bellezza della Natura,
tu sola mi puoi salvare.

Play. Una piccola riflessione.

Spesso mi sono sentito e mi sento dire che, in inglese, per dire ‘suonare’ e ‘giocare’ si usa lo stesso verbo. E, sempre, questa affermazione è (stata) accompagnata da commenti positivi e quasi ammirati, che sottolineano la gioia e la spensieratezza con cui questo popolo si approccia alla musica. La lingua inglese non è l’unica a presentare questa caratteristica: mi vengono in mente il tedesco ed il francese, e chissà quante altre ce ne sono.
In italiano no. Noi siamo di tutt’altra pasta. Suonare è una cosa seria, giuocare è ben altro. A ben vedere, con la tradizione che abbiamo alle spalle, tra compositori, scuole, bel canto e chi più ne ha più ne metta, in Italia sono state scritte pagine importantissime della Storia della Musica, e quindi questa netta separazione, anche lessicale, ci sta.
Ma allora com’è che, proprio in Italia, la professione del musicista è praticamente inesistente? Perché quando dici che fai il musicista non ti prendono mai seriamente?

Comparse?

Attori inconsapevoli lasciano tracce indelebili sulla nostra anima, e poi scompaiono. Scelgono di scomparire, o chissà.
Vorrebbero essere dimenticati, probabilmente, come un attore detesta le proprie interpretazioni mal riuscite, così a loro non piace che venga ricordato quel pezzo di vita che hanno in comune con noi.

O magari, invece, sappiamo perfettamente (speriamo?) che, abbandonando in quell’istante, saremo per sempre ricordati, amati, temuti, derisi, sospirati. Accolti con un sorriso.

Sapeva

Oggi sono felice, perché ho ritrovato i vecchi post di questo blog, che credevo di aver perso irrimediabilmente.
Ho trovato anche questa cosetta qui,  una bozza sperduta. Sarà la gioia del ritrovamento, sarà il periodo un po’ particolare, però mi ha colpito, e la voglio condividere.

~

Sapeva stare nelle tue mani, il gioco
di noi, sapeva volare in alto.
Galleggiare sul piccolo fiato
condensato davanti alla bocca.
Sapeva, nel buio, gioire.

Frankenstein Rooster: disco dell’anno?

Raffaello Indri è un grandissimo chitarrista. È anche un ottimo amico, e di questo vado fiero, ma per oggi, per questa recensione, Raffaello sarà soltanto (sic) un grandissimo chitarrista. Recensire l’opera di un amico è un po’ camminare su un terreno minato, i passi falsi sono facili, e si rischia di essere troppo indulgenti, ma io sono rimasto talmente colpito da questo disco che ho bisogno di condividere, e mi prenderò le mie responsabilità. “The Mutant Tractor” è un album di sano e robusto hard rock strumentale, in cui la chitarra la fa da padrona, e Raffaello dilaga in ogni dove, elargendo classe e gusto a piene mani. Ma è anche, e soprattutto, un disco in cui si respira una incontrollata e coinvolgente aria di divertimento. Scorre via che è un piacere, e quando arrivi alla fine è un gesto naturale farlo ripartire senza por tempo in mezzo! È fresco, vario, vivo. Ti fa stare bene.
Il progetto Frankenstein Rooster, a onor del vero, non è tutta farina del sacco del buon Indri, ma nasce dalla collaborazione con Marco Celotti, già chitarrista e cantante di Newborn (ottima band friulana), Invivo e Streamline, che non esito a definire una promessa, bravo e talentuoso (suo anche lo splendido artwork del cd), e al quale vanno i miei più sinceri complimenti per il coraggio e la punta di incoscienza con cui è riuscito a trascinare Raffaello verso territori per lui inusuali, facendogli abbandonare la cupezza, l’intransigenza metallona e l’immaginario gotico/horror dietro cui fin troppo spesso si trincera.
Una resistenza rimane, di fondo, infatti loro lo chiamano ‘rock agricolo’, etichetta che – sia ben chiaro! – detesto cordialmente, in quanto la trovo riduttiva ed inadatta, ne parlano con il sorriso sulle labbra, si prendono poco sul serio, celiano, infarciscono i titoli di termini friulani più o meno dissimulati, personaggi strampalati e giochi di parole. Ma per fortuna la musica va oltre le etichette, e, quando i Frankenstein Rooster suonano, non c’è frico che tenga, e non possiamo fare altro che lasciarci travolgere dall’energia, dalla melodia e dal calore di cui sono capaci.
Completano la formazione l’ormai inseparabile batterista Camillo Colleluori (già con GardenWall, Burnin’ Dolls e molti altri), ed il bassista Gianmarco Orsini, del quale purtroppo non so molto, ma che offre una prova solida e affatto convincente.

Leggi tutto “Frankenstein Rooster: disco dell’anno?”

Non è una recensione

Copertina del libro No, non ho tempo di scrivere una recensione, però mi va di consigliare questo interessante saggio di Alessandro Baricco, scrittore che conoscevo (ed apprezzavo) solo come romanziere.
In effetti la scrittura è la sua, ti prende per mano e ti porta dove vuole, senza che tu possa nemmeno immaginare di fare resistenza. Di cosa parla? Di come i tempi siano cambiati, e stiano tuttora cambiando, e di come il processo non debba essere demonizzato a tutti i costi. Perché questi barbari, tutto sommato, i loro lati positivi ce li hanno, e perché non mirano a distruggere tutto quello che incontrano sul loro cammino: semplicemente abbandonano quello che non riescono a capire, e che non serve loro. Non so dire se abbia ragione o meno, ma di certo qualcosa si muove, tant’è vero che più di una volta, nella prosa di Baricco stesso, ho ravvisato i sintomi di un certo imbarbarimento.

Sogno

Beh… stanotte ho sognato, tra le altre cose, di essere in una gelateria, in una città  che avrebbe dovuto essere Trieste, ma non ci somigliava per niente.
Diversi personaggi si sono alternati davanti ai miei occhi, come accade solo nei sogni, senza particolari nessi o collegamenti: una mia ex-compagna del liceo, incinta per la seconda volta, un ragazzo con un cucciolo di cinghiale al guinzaglio (morbidissimo da accarezzare, un amore), un altro con una piccola volpe gialla e nera, giovani attori che giravano un film, e tutto ad un tratto il mio amico Dave che mi fa: «Toh palka, prendi qua!» e mi mette in mano una cosa. Io la sento bruciare sul palmo della mano, che avevo chiusa a pugno. Così la apro e vedo una cimice, verde verde, a pancia all’aria. E la sento spingere contro il mio palmo, forte, così forte che brucia.
Inorridito mi guardo attorno e alla mia destra si apre una porta blu. Dall’altra parte una grotta molto profonda, illuminata da piccole lampade elettriche. Scaglio la cimice con tutta la mia forza, la vedo oltrepassare la soglia, volare lontana ma non la perdo d’occhio, e prego che qualcuno chiuda la porta, in fretta.
Nessuno lo fa e la cimice torna indietro, a tutta velocità, per finire dritta nella mia mano. Ancora brucia, e ancora la lancio via più forte che posso.

I Déja e Fiorello.

Ieri, 20 marzo 2008, durante la trasmissione “VivaRadio2”, Fiorello, imitando Carlo Fava, ha fatto il nome di Serena Finatti. Che poi sarebbe la cantante, nonché la mente dietro ai Déja, il duo in cui io suono la chitarra. Ma forse lo sapevate già . In ogni caso ci siamo rimasti di sasso.
Così O_O
Che sia stato un caso? Cioè si è inventato un nome così, buttato là, e l’ha beccato? La cosa strana è che stava parlando proprio di artisti, musicisti di un certo livello, raffinati, colti. Ha detto un paio di nomi che credo fossero inventati di sana pianta, e in mezzo ci ha infilato Serena. Fa sorridere, ma se davvero avesse ascoltato la nostra musica?
Devo, dobbiamo andare a fondo in questa faccenda. Intanto oggi gli abbiamo scritto, ma chissà se mr. Fiorello legge tutte le mail che gli arrivano? Difficile. Come si può fare a fargli presente che ha preso in giro una persona vera, che fa musica, che si sbatte 365 giorni all’anno per provare a farsi conoscere, che studia, suona, canta, insegna?
Almeno passasse il nostro disco, ci facesse un po’ di pubblicità.
Eh? Fiorello, che ne dici? Ce lo devi 😉

Intanto voi ascoltatevi qualcosa su Last.fm. È tutto gratis 🙂

Ivan Segreto

AmpiaVenerdì scorso sono stato a sentire Ivan Segreto. I concerti belli durano sempre troppo poco, così si dice. Ivan è un cantautore ed un pianista d’estrazione jazz molto bravo. Siciliano di nascita, milanese d’adozione (come si dice), scrive e suona della musica molto originale, diversa. Prima sfuggente, obliqua, quasi sbilenca, difficile e poi improvvisamente calda, scorrevole, aperta, piena ed emozionante. Si ascoltino ad esempio “Dondola”, o “Ampia”, dal suo ultimo disco (“Ampia”, appunto), dove tempi dispari ed armonie molto ricercate si inseguono e giocano fino a lasciare spazio a melodie solari ed evidenti, ineccepibili.
Io non vorrei dilungarmi troppo, perché davvero spero che questo post, se a qualcheduno capitasse di leggerlo, invogli all’ascolto. Perché Ivan Segreto merita, soprattutto in questo ultimo “Ampia”, trovo che sia un artista di cui si sentiva il bisogno. Altre frasi fatte!
Mi sento quasi infastidito, anche perché era tanto che non scrivevo niente qua, e mi vengono solo banalità. Sarà che sono fuori allenamento. Comunque tra tutte le banalità e frasi fatte e luoghi comuni, non ho ancora detto una cosa molto importante. Essenziale.
Ivan Segreto ha una voce eccezionale.
Una di quelle voci che non ti dimentichi tanto facilmente. Calda, rotonda, precisa, affascinante, ipnotica. Già sul disco si intuisce, ma dal vivo non ce n’è per nessuno. Ascoltàtelo.

Chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

~ G. Pascoli

Cosa lieve

Forse baciati dalla luce del tramonto
trasfigurati come di questi alberi
le braccia nude levate al cielo,
rosse come la neve,
o aperti come di nuvole
spazi dorati da cui diffonde
giallo il suono;
anche i miei errori
sarebbero cosa lieve
da portarti in dono.

Giornata di giugno

Lei aveva quei pantaloni marroni, di lino. E i sandali ai piedi. I capelli, neri, raccolti, e sul viso ancora poco sole, ma luminosa la bellezza sfrontata di chi crede in ciò che fa. Scese le scale a fatica, le stampelle ancora estranee, così distanti dal suo essere, così sbagliate in quel giorno caldo d’inizio estate. Entrò nell’automobile, sbuffando e ridendo della sua nuova goffaggine. Si aggiustò la maglietta, marrone anch’essa. Poi disse: «Andiamo», e non ci fu altro da aggiungere. Nient’altro se non la strada.
Durante il tragitto parlammo continuamente, concitati, nervosi un po’. Ricordo le sue mani, sempre leggere.
Non trovammo subito la casa, le indicazioni che avevo non erano precise, e il mio ricordo si era sbiadito. Un viottolo non asfaltato. Polvere -nessuno ti può togliere la tua razione di polvere, in una giornata così calda, e infine il portoncino d’ingresso. Suonai il campanello.